San Martino
San Martino La certosa di San Martino fu costruita sulla collina del Vomero a partire dal 1325 per volere di Carlo, duca di Calabria, figlio di Roberto d’Angiò, sotto la direzione degli architetti Tino di Camaino e Francesco di Vito. L’ordine dei certosini e di conseguenza la loro casa, devono il nome alla prima comunità nata a Chartreuse, in Francia, nel 1084. La scelta di questo luogo così isolato e lontano dalla città era strettamente legata alla regola dell’ordine (le regole monacali o consuetudines) che si può riassumere nell’espressione ora et labora (prega e lavora, di origine benedettina), e quindi nella scelta di un luogo che si prestasse alla preghiera perché avvolto dal silenzio, e al lavoro manuale inteso come coltivazione della terra garantito da questi ampi spazi e dal terreno fertile della collina. La divisione degli spazi all’interno della certosa era molto netta (il quarto del priore, il refettorio, il coro dei padri conversi). Nel 1591 il fiorentino Giovanni Antonio Dosio ebbe l’incarico di ampliare la Certosa, creando tra l’altro il cortile davanti alla chiesa, passando dal severo stile gotico all’attuale veste barocca. Alla sua morte, nel 1609, i lavori furono proseguiti da Giovanni Giacomo Conforto e infine nel 1623 cominciò a lavorarvi l’architetto bergamasco Cosimo Fanzago, che contribuì a rendere la Certosa uno dei più significativi esempi del barocco napoletano del Seicento. Al centro del chiostro dei procuratori troviamo il pozzo che è poi il centro di ogni chiostro di tutte le certose, perché esso costituiva la vita, l’unica fonte di acqua, bene primario, perché non avendo un sistema idrico l’acqua veniva tirata su dalle cisterne proprio attraverso il pozzo. Grazie a questo sistema i monaci si tenevano lontani da qualsiasi forma di epidemia, inoltre grazie ad un sistema di coltivazione a terrazzamenti non avevano bisogno di uscire dal perimetro della certosa per procurarsi il cibo e questo garantiva loro la possibilità di non contagiarsi. Per realizzare la decorazione della chiesa, vennero chiamati i più grandi artisti dell’epoca, tra pittori, scultori ed architetti, come Giovanni Lanfranco e Massimo Stanzione. Essa viene considerata come il vero e proprio scrigno del barocco napoletano. La tecnica di inserimento dei pezzi di marmo a formare dei disegni più grandi, fu inventata proprio da un certosino e siccome come si può immaginare, richiedeva molta pazienza, da allora si dice di un lavoro molto accurato, che è un lavoro certosino. L’altare è stato realizzato nel Settecento da Nicola Tagliacozzi Canale, che porta a Napoli il gusto rococò, uno stile molto decorativo. Dietro l’altare c’è il coro dei padri, il luogo della chiesa in cui i monaci recitavano gli inni, cantavano. Nella sagrestia sono conservati armadi in legno realizzati da ebanisti fiamminghi, con storie del Vecchio e del Nuovo Testamento. Il chiostro grande che raccoglieva le celle dei certosini, accanto alla porta grande c’è n’è una piccola attraverso la quale i monaci conversi passavano il cibo ai fratelli. I teschi sulla balaustra sono stati realizzati da Cosimo Fanzago questa zona è detta anche cimiterino dei monaci. Nelle antiche cucine della certosa si conservano i presepi donati alla città di Napoli, dopo che la struttura divenne museo. Importante è la Collezione Cuciniello, donata al Museo nel 1879. La Sezione Storica Nucleo fondamentale del Museo annovera, testimonianze della storia politica, economica e sociale del Regno di Napoli attraverso dipinti, sculture, arredi, medaglie, miniature, monete, onorificenze, armi e cimeli vari. Di particolare interesse sono i settori dedicati alle note vicende del secolo XVII (La Rivolta di Masaniello e la Peste), al regno di Carlo di Borbone, alla rivoluzione del 1799 e alla successiva reazione guidata dal cardinale Ruffo, al breve ed intenso periodo murattiano, per finire con l’epopea risorgimentale. La sezione “Immagini e memorie della città”, allestita nelle sale dell’ala est e nord della Certosa, presenta documenti e oggetti sulla storia della città di Napoli, dal Quattrocento all’Ottocento. Dal 1995 al 2000 il Museo è stato oggetto di un complesso intervento di ristrutturazione e riordino, conclusosi con la riapertura di nuove sezioni del Quarto del Priore, della sezione “Immagini e memorie della città” e di altre diciotto sezioni. La sezione “Arti decorative” si trova al secondo livello della Certosa e comprende le raccolte storiche del Museo. Il primo acquisto è quello del Fiorelli (1871), costituito dalla collezione di arti decorative di Diego Bonghi: avori, coralli, biscuits e porcellane della Real Fabbrica di Napoli, maioliche di Castelli, ricami e vetri di Murano del Seicento e del Settecento. Altre collezioni hanno arricchino nel corso degli anni la raccolta: tra esse si ricordano la collezione militaristica donata da Alfonso Maria Savarese (1901), la raccolta Ricciardi e la raccolta d’interesse storico-artistico donata dal principe Fabrizio Ruffo (1910). La sezione dedicata al teatro, allestita al secondo livello della Certosa, raccoglie ricordi e curiosità legate alla storia della grande tradizione del teatro napoletano. Fu istituita da Giuseppe Fiorelli, primo direttore del Museo di San Martino in seguito alle acquisizioni di manoscritti, di libretti di opere teatrali, copioni e commedie. Ad esse si aggiunsero gli acquisti del Catalogo generale di tutte le opere nuove rappresentate nei Reali Teatri napoletani dal 1800 al 1850, il ritratto di Domenico Cimarosa e quello dell’attore comico detto il Bisceglie. Nel 1899 Salvatore di Giacomo donava una collezione formata da acquerelli raffiguranti Giuseppe, Raffaele e Antonio Casaccia, cantanti dell’opera buffa napoletana e numerose fotografie di artisti ed impresari teatrali. Seguì nel 1901 l’acquisto della collezione denominata Archivio del San Carlo, offerta da Antonio Niccolini, comprendente progetti, acquerelli, disegni architettonici e figurativi, scenari e la pianta del primo Teatro, quello realizzata dal Medrano. Particolarmente significativa per la sua rarità è la più recente acquisizione (1978) ossia la collezione del materiale dell’Opera dei Pupi napoletana, databile tra la fine del XIX secolo e la fine del XX secolo. Comprende testi di cicli di rappresentazione scritti da Giuseppe Abruzzese, scenari, manifesti, cartelloni, marionette, personaggi delle scene cavalleresche e delle scene dei guappi, dette anche della Napoli antica. Si ricordano, infine, altre opere e collezioni molto interessanti quali la maschera di Pulcinella utilizzata sulla scena da A. Petito, i bozzetti per i Sipari del San Carlino dipinti da Giuseppe Cammarano e Giuseppe Mancinelli, e la Collezione Viviani, donata dagli eredi, comprendente manoscritti e fotografie.







