Diffusione del cristianesimo
Il Cristianesimo in Campania fu introdotto molto presto. La diffusione della nuova religione era già in atto quando nel 61 l'apostolo Paolo sbarcò a Pozzuoli mentre veniva condotto in catene a Roma. Nella città, come attestano gli Atti, Paolo si fermò circa una settimana. I cristiani di Puteoli dovevano essere probabilmente dei giudei convertiti al Cristianesimo. D'altra parte la posizione di Puteoli, nel cui porto approdavano molte imbarcazioni orientali ed israelite, favoriva la diffusione della nuova fede tra i pagani. Così come la vicinanza di Pozzuoli a Napoli favorì senza alcun dubbio la propaganda cristiana anche tra le varie sette operanti nella città partenopea. La presenza nelle catacombe napoletane di S. Gennaro di alcuni affreschi ed il nome del primo vescovo napoletano «Asprenas» lasciano supporre che a metà del primo secolo il Cristianesimo era già ampiamente diffuso.
In Campania la diffusione del Cristianesimo fu agevolata dalle grandi vie di comunicazione. La regione era attraversata da due grandi strade: la via Appia e la via Latina. L'«Appia», definita dai Latini «regina viarum», entrava in Campania a Sinuessa (l'attuale Mondragone), passava per Casilinum e Capua, volgendo a Caudinum (vicino a Montesarchio) ed a Beneventum. Da Sinuessa, poi, iniziava un'altra strada che, percorrendo Volturnum, Liternum, Cumae e Puteoli, raggiungeva Neapolis; è la strada che fu chiamata successivamente «Domitiana».
L'altra via, la «Latina», entrava in territorio campano presso Teanum e, attraversando Cales (l'attuale Calvi) e Casilinum, s'immetteva nell'«Appia». Tuttavia la presenza delle più antiche chiese campane, cioè Volturnum, Liternum, Cumae e Puteoli, sul percorso della via Domitiana, indica che questa fu «la direttrice di marcia della propagazione del Vangelo» in Campania.
Per quanto sia ancora incerta la datazione è tuttavia ampiamente testimoniata la presenza cristiana sia a Stabia che a Pompei, come ad Ercolano. Nel III secolo, comunque, il Cristianesimo ha già cospicui gruppi di proseliti in tutta la Campania.
Gli ordini religiosi
La successiva e più capillare diffusione, avvenuta particolarmente nei secoli VII-XI, fu opera dei centri monastici sorti in vari luoghi del territorio.
Fu l'ordine benedettino che si assunse questo compito con le due grandi ab-bazie: di Montecassino, sorta nel 529 per opera dello stesso San Benedetto, ed operante su un vastissimo territorio definito «terra s. Benedicti», e l'altra, Badia di Cava dei Tirreni, fondata poco dopo l'anno Mille dal monaco Alfe¬rio. Sempre all'ordine benedettino si deve la fondazione dell'altro grosso cen¬tro religioso di S. Vincenzo al Volturno. Esaminando la posizione geografica di questi tre centri di vita religiosa si può facilmente intuire come alla predica¬zione benedettina si debba la diffusione di un Cristianesimo maturo tra le popolazioni pagane della Campania. Infatti Montecassino è a Nord, al confine tra la Campania e il Lazio, cui ora appartiene attraverso la provincia di Frosinone; S. Vincenzo al Volturno è più in giù, in prossimità del primitivo luogo abitato dai Campani, mentre a Sud del territorio, quasi a baluardo del confine meridionale, è la Badia di Cava.
Fu l'ordine benedettino che si assunse questo compito con le due grandi ab-bazie: di Montecassino, sorta nel 529 per opera dello stesso San Benedetto, ed operante su un vastissimo territorio definito «terra s. Benedicti», e l'altra, Badia di Cava dei Tirreni, fondata poco dopo l'anno Mille dal monaco Alfe¬rio. Sempre all'ordine benedettino si deve la fondazione dell'altro grosso cen¬tro religioso di S. Vincenzo al Volturno. Esaminando la posizione geografica di questi tre centri di vita religiosa si può facilmente intuire come alla predica¬zione benedettina si debba la diffusione di un Cristianesimo maturo tra le popolazioni pagane della Campania. Infatti Montecassino è a Nord, al confine tra la Campania e il Lazio, cui ora appartiene attraverso la provincia di Frosinone; S. Vincenzo al Volturno è più in giù, in prossimità del primitivo luogo abitato dai Campani, mentre a Sud del territorio, quasi a baluardo del confine meridionale, è la Badia di Cava.
Nello scriptorium di Montecassino si praticava la scrittura chiamata beneventana, come ci attestano i numerosi codici redatti in questa scrittura. Il Chronicon Casinense mette in evidenza questa attività codicogra fica svolta dall'856 al 1087, cioè dall'abate Bertario al più famoso Desiderio, l'abate che portò l'ab¬bazia ad uno splendore mai più raggiunto. Montecassino, inoltre, ebbe rap¬porti politici e culturali con gran parte dell'Italia: ogni regione si rivolgeva ad essa, quale custode delle regole benedettine.
La propagazione benedettina raggiunse anche Napoli dove, sotto l'episco¬pato di Atanasio II (877-898), fu fondato il monastero di San Severino, poi dei Ss. Severino e Sossio (sede attualmente dell'Archivio di Stato), dove fu an¬che operante uno scriptorium.
L'abbazia di Cava dei Tirreni ebbe uno sviluppo ben più consistente rispetto al centro napoletano. Anche nel suo fervidissimo scriptorium si adoperava la scrittura beneventana nella trascrizione dei numerosi codici, molti dei quali si conservano ancora oggi nella ricchissima biblioteca dell'abbazia. Il Chronicon Cavensis è ricco di informazioni circa la storia dell'abbazia.
Intanto nel XIII secolo a Napoli si stabilirono in varie fasi i Domenicani, i Francescani e gli Agostiniani, che ebbero nei loro conventi degli studi di teologia.
I Domenicani, nel loro convento di S. Domenico Maggiore, accolsero Tommaso d'Aquino, che illuminò con la sua filosofia lo Studio colà esistente. A Napoli S. Tommaso dettò la terza parte della Summa Theologiae e si dedicò alla predicazione, fatta «nel più schietto idioma campano». I Francescani a Napoli si insediarono prima nella chiesa di S. Lorenzo Mag¬giore (1235) e successivamente ebbero altri due conventi: S. Maria La Nova (1279) e quello di Santa Chiara (1317). Gli Agostiniani erano presenti a Napoli fin dal 1287; ebbero anch'essi uno studio di rilevante valore ed offrirono alla cultura del tempo due personalità di rilievo: Agostino d'Ancona e Dionigi da Borgo San Sepolcro.
In un bilancio consuntivo, dunque, i Benedettini, rispetto a questi due ultimi ordini, si sobbarcarono il gravoso compito di diffondere la religione e la nuova cultura che si avviava a manifestare in lingua volgare le tensioni spirituali, politiche e letterarie del periodo.
Pertanto non è frutto del caso se i primi documenti in una lingua volgare, pur con la presenza di elementi latini, hanno strettissimo rapporto con la cul¬ura e la presenza benedettina nella regione. Infatti i documenti in cui compa¬re per la prima vola il volgare in forma ufficiale sono i cosiddetti «placiti» ca¬uani o campani risalenti al 960 e 963, conservati presso l'abbazia di Montecassino; in essi è presente una formula giuridica di giuramento in una contesa tra privati ed il Monastero di Montecassino circa il possesso di alcune terre. La presenza di caratteri fonetici regionali nella formula che si ritrova in placiti redatti in un ristretto arco spaziale (Capua, Sessa Aurunca, Teano) lascia supporre l'influenza di un comune volgare (forse quello cassinese) quale espre¬sione di una società e di una cultura regionale elaborata in gran parte dal mo¬achesimo benedettino. II ruolo di Montecassino sarà ancora più marcato allorché i benedettini, specie con Alfano di Salerno, daranno vita alla «rinascita cassinese» che si esplicherà nei precetti dell'ars dictandi. Il Ritmo cassinese, poi, con gli elementi linguistici che lo caratterizzano, confermerà Montecassi¬no quale «capitale culturale della regione fra Lazio, Campania e Abruzzi».
Fonte “Giglio Raffaele, Campania. Storia e testi ("Letteratura delle regioni d'Italia"), Brescia, La Scuola., 1988”
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