La cultura sveva e angioina
La cultura sveva e angioinaLa cultura napoletana, e, più in generale, campana, ricominciò a vitalizzarsi con la dinastia sveva, durante il governo di Federico Il, nonostante la capitale fosse Palermo. In realtà la politica «illuminata» del sovrano non tralasciò di curare la più grande delle città continentali del suo Regno, cui diede il privilegio di avere un propio Studio (cioè Università), fondato nel 1224. D'altra parte la Campania non si tenne in disparte dalla cultura sveva che apriva al volgare ogni forma di manifestazione letteraria, specie la poesia. E per quanto la nuova poetica, creata dallo stesso Federico II, è conosciuta col nome di scuola siciliana, all'affermazione di essa contribuirono anche alcuni campani, quali il capuano Pier delle Vigne e Rinaldo d'Aquino, d'origine irpina. Tuttavia se del primo conosciamo la carriera di funzionario imperiale, conclusasi con il suicidio, ben poco sappiamo del secondo. Entrambi, comunque, nel loro canzoniere, si rifanno alla tematica amorosa della scuola siciliana. In realtà sembra che la tradizione siciliana non toccasse proprio la Campania, se si nega che a quel cerchio poetico si richiamasse quel «personaggio piuttosto indistinto, di cui si sa soltanto che scrisse verso il 1250 e fu noto col nome di Messer lo Abbate da Napoli».
L'organizzazione dello Studio e la diffusione del libro provocarono anche un cambiamento nell'uso della scrittura; infatti la beneventana (o littera Longobardica), diffusa in tutto il meridione, e che aveva resistito all'uso dell'indecifrabile curialesca napoletana, fu sostituita da una scrittura dal carattere gotico, che assunse il nome di littera Neapolitana. Il vantaggio di questa littera (definita anche textualia) era che, abbondando di legamenti fra le lettere, riempiva fittamente la pagina.
La lenta rinascita culturale napoletana si accentuò con la dominazione angioina. La classe dirigente della nuova corte era composta principalmente da Francesi e Provenzali che avevano militato nell'esercito di Carlo I. La lingua di corte, pertanto, fu, accanto alla latina, quella francese. Le conseguenze più immediate si ebbero nella vita artistica e culturale napoletana, che accettò tradizioni culturali d'oltralpe del patrimonio franco-provenzale. Inoltre la diffusione della lingua francese, attuata la volgarizzazione delle opere latine, fece sì che i cultori di essa tralasciassero gli esiti poetici della scuola siciliana perché troppo legata all'ambiente regio della trascorsa dinastia di cui gli Angioini volevano cancellare la memoria. Di conseguenza questo eccessivo attaccamento ai propri patrimoni culturali, considerati superiori a quelli locali, impedì la nascita di una nuova cultura, indipendente da quella franco-provenzale. Sotto il regno di Carlo 1 (1266-1285) il pubblico fu educato alla letteratura erotica e romanzesca di Francia, espresse, come anche le canzoni, in lingua francese. D'altra parte, in assenza di una borghesia locale, la classe fruitrice di tale produzione culturale era appunto quella francese che formava la corte.
Con l'ascesa al trono di Carlo II (12854309) la preponderanza della cultura franco-provenzale non scemò; anzi Carlo l I, volendo imitare l'imperatore Federico, favori con ogni mezzo la diffusione della cultura francese che soddisfaceva la classe aristocratica. La classe popolare, invece, non avendo alcun peso politico, non riuscì ad elaborare una propria cultura e quei pochi frutti non ebbero se non diffusione orale.
Fu con Roberto I (1309-1343) che la corte angioina acquistò aspetto italiano con l'arrivo della classe mercantile fiorentina. Non più quindi poeti e personalità della cultura franco-provenzale, ma di formazione italiana, e toscana in particolare, frequentarono la città. A Napoli vennero in quel periodo Petrarca e Boccaccio, cui si accodarono Dionigi da Borgo San Sepolcro, insigne cultore di studi classici, Paolo da Perugia che ricopri l'incarico di Bibliotecario regio, l'astronomo genovese Andalò del Negro e l'erudito veneziano Paolino Minorita. All'azione di rinnovamento del sovrano aderirono anche funzionari regi nati nel meridione, quali Barbato da Sulmona, Giovanni Barrili, Niccolò Alunno d'Alife, Luca da Penne, Leonzio Pilato e Barlaam da Seminara che insegnarono il greco a Boccaccio e Petrarca. All'incremento degli studi e della cultura napoletana contribuì anche lo stesso Roberto I con la formazione della Biblioteca regia, ricca di opere filosofiche, teologiche, morali e letterarie classiche; ed intorno ad essa operarono numerosi traduttori, copisti e chiosatori.
L'incontro fra la cultura franco-provenzale, toscana e i germi della cultura locale favorì la nascita di un nuovo concetto di vita, per cui Napoli «andrà perdendo il suo aspetto medioevale e si troverà ad assaporare un gusto che più tardi si definirà umanistico». Infatti non a torto il periodo di Roberto è stato definito come quello di un «pre-umanesimo» meridionale in generale, e napoletano in particolare, per la presenza di quelli che saranno poi i caratteri peculiari dell'Umanesimo: ricerca di codici, amore per i classici, desiderio di rifarsi al pensiero degli antichi, l'uso del latino accanto a tiepidi tentativi di opere in volgare.
La presenza dei mercanti fiorentini favorì anche un'osmosi con la produzione e la cultura toscana, specie petrarchesca. Infatti FRANCESCO PETRARCA soggiornò due volte a Napoli. Il primo viaggio, avvenuto nel febbraio 1341 e richiesto dalla necessità di sottoporsi al pubblico esame per l'incoronazione poetica, gli diede occasione di conoscere due delle più vive intelligenze del periodo: Giovanni Barrili e Barbato da Sulmona. La simpatia intellettuale si accentuò col successivo viaggio dell'ottobre 1343. Con i due il Petrarca trascorse delle giornate in dotte discussioni ed in artistiche escursioni lungo la costa del golfo di Napoli. Il soggiorno del poeta a Napoli è presente soprattutto in Familiaris V, 2-6 nelle quali accenna alle bellezze del territorio campano, ai costumi dei Napoletani e alla tempesta del 25 novembre, mentre nella Sen. X, 2, nel Trionfo della Pudicizia, vv. 64-69 e nell'Itinerarium Syriacum compare spesso il ricordo di quei giorni e la commozione provata davanti alle rovine di Baia, Pozzuoli, Cuma e dei laghi Lucrino e Averno.
Di GIOVANNI BARRILI (m. 1355), diplomatico di corte, si sa solo che era ritenuto il più grande poeta del suo tempo, ma nulla ci è giunto fino ad oggi della sua produzione lirica. Le lettere del Petrarca ed una citazione del Boccaccio testimoniano la sua cultura.
Di BARBATO DA SULMONA (m. 1363) si sa che nel 1327 era già a Napoli in qualità di notaio presso la corte di re Roberto e della regina Giovanna I. Di lui ci avanzano epistole e brevi trattati intorno all'arte politica. Colpisce soprattutto della sua personalità lo spirito, già umanistico, con cui raccoglieva materiale per la sua biblioteca. Dalle lettere indirizzategli dal Petrarca si evince che egli si interessò di poesia, scrivendo in volgare su temi amorosi. Compose un commento alla Familiaris XII, 2 del Petrarca. (Si veda in questa stessa collana il volume di G. Oliva - C. De Matteis, Abruzzo, alle pp. 130-133).
Rispetto a quella del Petrarca la permanenza di GIOVANNI BOCCACCIO a Napoli fu molto più lunga. Arrivò intorno al 1327 per intraprendere la carriera di agente bancario presso la ricca comunità fiorentina esistente. Ma fu attratto dalle lettere e dalla mondana vita di corte e da quella variopinta dei quartieri popolari. L'esperienza napoletana ha lasciato vasti segni nella sua produzione letteraria, pur volendo tralasciare la famosa Epistola che scrisse a Francesco de' Bardi in dialetto napoletano. Nel soggiorno partenopeo egli compose La caccia di Diana (1333-1334), in cui la narrazione di una battuta di caccia gli dà la possibilità di elencare i nomi delle dame e damigelle della corte, appartenenti alle più illustri famiglie del ReRegno-el Filocolo (1336-1338) il protagonista Florio, arrivato a Napoli, capita per caso in un giardino dove si tiene una festa di giovani e di donne. È invitato, pertanto, a partecipare alla «corte d'amore», gioco francese divenuto molto popolare a Napoli. Nel Ninfale d'Ameto (1341-1342) il mondo partenopeo è presente, oltre che nel panorama, nel ricordo di canzoni dialettali volgari. Un realismo autobiografico ed una storia immaginaria costituiscono l'Amorosa visione (1342-1343). In essa compaiono la reggia di Castelnuovo, le gentildonne napoletane e giovani principi e principesse. Alla città partenopea, che gli ha concesso di conoscere in San Lorenzo Maggiore la sua Fiammetta, dedica descrizioni affettuose nell'Elegia di madonna Fiammetta (1342-1344) in cui Napoli è descritta come città «lieta, pacifica, abbondevole, magnifica e sotto un solo re», gaia e ridente di feste. Nell'opera maggiore, il Decameron, il mondo napoletano è presente in più d'una occasione.
Le avventure di Andreuccio da Perugia, i costumi licenziosi delle donne napoletane, i giovani popolani, il ricordo di canzoni popolari, gli espe-dienti del multiforme mondo partenopeo testimoniano l'amore del Boccaccio per la dirompente realtà della vita meridionale nel periodo angioino. E per un riscontro diretto della presenza napoletana e campana nel Decameron si leggano le seguenti novelle: 11, 4; IV, 10; V, 6; VII, 2; VIII, 10. Il tutto è frutto del bagaglio di esperienze che il Boccaccio portava con sé quando lasciava Napoli nel 1341. E certamente il ricordo di quella vita, rinfrescato negli altri due brevi soggiorni del 1355 e del 1370, gli sarà sempre presente alla mente anche quando scriverà in latino.
La poesia
Sulla poesia del periodo angioino gravò molto la tradizione lirica siciliana, toscana ed in particolare del Petrarca, a tal punto che scarsissime sono le presenze della tradizione poetica indigena. L'imitazione del Petrarca là dove non si risolve nella pedissequa trasposizione di versi è ben chiara nell'utiliz-zazione del modello poetico e di alcuni sintagmi, mentre la struttura della lin-gua nel suo complesso è quella toscana. Pochi gli esponenti di rilievo, di cui possiamo leggere parte delle loro composizioni: Guglielmo Maramauro, o Ma-ramaldo, morto nel 1373 o 1383, Bartolomeo di Capua, conte di Altavilla, nato verso il 1320 o 1325 e Paolo dell'Aquila, Landulfo di Lamberto e Filippo Antonio Maramauro, che scrissero negli ultimi anni del Trecento.
Al contrario, la lirica popolare annovera forme poetiche ricche di sponta-neità e di autonomia. Essa è costituita dalle cosiddette «napolitane», o anche «villanelle», cioè da versi accompagnati originariamente anche da musica. Ricordiamo: «Jesce, jesce sole», «Beata chella crapa», «A la rota, a la rota», «Non chiovere, non chiovere», «Fruste ccà Margaritella», «Non sécuita la lu-na», «Muorto è lo pupurpoe quanto si sia incerti sulla data di nascita (alcuni critici le addebitano al periodo aragonese; ma è più giusto ritenere che il genere sia nato nel periodo angioino e poi continuato per i due secoli successivi) di queste composizioni, è possibile, tuttavia, supporre dall'esame del loro contenuto che alcune di esse siano state scritte nel periodo angioino. La diffusione è attestata anche dalla presenza di alcune di esse, specie per la tematica amorosa, nel Filocolo e nella Fiammetta del Boccaccio.
Al contrario, la lirica popolare annovera forme poetiche ricche di sponta-neità e di autonomia. Essa è costituita dalle cosiddette «napolitane», o anche «villanelle», cioè da versi accompagnati originariamente anche da musica. Ricordiamo: «Jesce, jesce sole», «Beata chella crapa», «A la rota, a la rota», «Non chiovere, non chiovere», «Fruste ccà Margaritella», «Non sécuita la lu-na», «Muorto è lo pupurpoe quanto si sia incerti sulla data di nascita (alcuni critici le addebitano al periodo aragonese; ma è più giusto ritenere che il genere sia nato nel periodo angioino e poi continuato per i due secoli successivi) di queste composizioni, è possibile, tuttavia, supporre dall'esame del loro contenuto che alcune di esse siano state scritte nel periodo angioino. La diffusione è attestata anche dalla presenza di alcune di esse, specie per la tematica amorosa, nel Filocolo e nella Fiammetta del Boccaccio.
La prosa
La prosa volgare napoletana ha le testimonianze più valide nell'Epistola napoletana del Boccaccio, nel volgarizzamento del Libro de la destructionede Troya ricavato dall'Historia di Guido delle Colonne, nella Cronaca di Panenope (specie la prima parte che è la più antica) e nel volgarizzamento del De balneis Puteolis di Pietro da Eboli. Tutti questi volgarizzamenti sono dovuti ad anonimi; essi presentano una lingua volgare già matura, che avrà più tardi nell'Esopo di Del Tuppo un'ulteriore valida espressione. Pur con influssi lin-guistici toscani o con la presenza di forme ancora latine, la lingua di questi volgarizzamenti testimonia la presenza nella cultura angioina di una lingua letteraria napoletana.
La Cronaca di Partenope risente, tra l'altro, dei ricordi degli scrittori classici e pagani, specie delle vite dei Santi, quali Vita S. Aspreni, Vita S. Athanasii, la Cronaca S. Maria del Principio, la Historia miscella e gli Atti dei santi Eutichete, Acunzio e Agrippino: tutte opere dell'agiografia napoletana dei primi secoli del Cristianesimo. Altra documentazione per la storia del periodo, ed in lingua volgare, è costituita dai Diurnali del Monteleone, scritti in forma rozza e scorretta, dalla Cronaca delle famiglie del Seggio di Montagna del notaio Ruggiero Pappanzogna e dal Notamento di tutte le scritture del notaio Dionisio di Sarno.
La Cronaca di Partenope risente, tra l'altro, dei ricordi degli scrittori classici e pagani, specie delle vite dei Santi, quali Vita S. Aspreni, Vita S. Athanasii, la Cronaca S. Maria del Principio, la Historia miscella e gli Atti dei santi Eutichete, Acunzio e Agrippino: tutte opere dell'agiografia napoletana dei primi secoli del Cristianesimo. Altra documentazione per la storia del periodo, ed in lingua volgare, è costituita dai Diurnali del Monteleone, scritti in forma rozza e scorretta, dalla Cronaca delle famiglie del Seggio di Montagna del notaio Ruggiero Pappanzogna e dal Notamento di tutte le scritture del notaio Dionisio di Sarno.
Sempre nell'ambito della prosa volgare sono da ricondurre altri volgarizzamenti del periodo soprattutto di opere ascetiche, di precettistica e di poemetti moraleggianti. I volgarizzamenti, dovuti ad ignoti, presentano quasi tutti gli stessi caratteri dell'antico volgare centro-meridionale, pregno di latinismi. Di essi ricordiamo: Libro di Sancto Augustino dici° Scala di quatto gradi, i Soliloquio di S. Agostino, una Pratica delle medicine, la versione dei DiRegimende
moribus dello Pseudo Dionisio Catone e del Reeimen sanitatis elaborato dalla scuola medica salernitana.
Fonte “Giglio Raffaele, Campania. Storia e testi ("Letteratura delle regioni d'Italia"), Brescia, La Scuola., 1988”
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