La cultura sotto la dominazione spagnola
Con la scomparsa della dinastia aragonese (1501) e l'avvento della dominazione spagnola (1503) la cultura napoletana si avviava ormai ad una decadenza che la privava di quel ruolo egemonico acquisito durante l'età aragonese e pontaniana. Essa era emarginata sia dallo scambio con le altre culture italiane, sia dalle forme del potere politico.
Mentre nelle altre corti Ariosto, Machiavelli, Guicciardini, Castiglione e Bembo svolgevano la loro attività politica e letteraria, a Napoli la cultura viveva gli ultimi, stanchi momenti dell'Accademia Pontaniana e si accontentava di una cultura ancora umanistica ed «otiosa». Si viveva ancora ovattati nel sogno malinconico di un'età felice (quella aragonese) molto presto scomparsa. Né all'azione claudicante della Pontaniana riuscì a supplire quella delle altre accademie, circoli culturali e religiosi: la dominazione spagnola, nella figura del viceré don Pietro di Toledo, bloccò ogni sviluppo con la chiusura delle accademie e dei circoli (1543-1547).
La Controriforma continuò poi l'opera disgregatrice. Privo ormai di qualsiasi scambio culturale, il mondo napoletano non s'inserì più, almeno per un quarantennio, nel dibattito nazionale e visse ed elaborò delle espressioni proprie sia in prosa che in poesia, alla cui gestazione collaborarono personalità che, pur nel breve soggiorno partenopeo, riuscirono ad incidere sull'ambiente culturale. Si pensi a Bernardo Tasso, padre del più famoso Torquato, che dava vita ad una poesia ricca di psicologia e di contrasti, sensibile ai problemi politici e religiosi del tempo; al beneventano avventuriero della penna, Niccolò Franco (1515-1570), già allievo e segretario in Venezia dell'Aretino, fustigatore della pedanteria scolastica partenopea; alla delicata poesia di Vittoria Colonna, che per personalità, linguaggio poetico e moralità plasmò non poco la poesia napoletana; e si pensi ancora a Scipione Ammirato, a Napoli tra il 1560 e il 1568, mediatore di elementi platonici ed aristotelici nella formulazione di uno stile poetico sul modello petrarchesco ed espresso nei dialoghi Il Rota o vero dell'impresa e in R Dedalione o ver del poeta.
La mancanza, inoltre, di una corte mecenate e di un circolo intellettuale attivo fece si che Napoli, almeno per buona parte del '500, non fosse più il polo accentratore della cultura del Regno, ovvero del Vicereame. La «provincia», e soprattutto quella non campana, registrò fervidi intelletti che nella capitale facevano brevi soggiorni. E fu proprio la «provincia» che offrì a Napoli ingegni capaci di elaborare nuove teorie critiche sulla scorta anche delle discussioni filosofiche del tempo. Mentre la tradizione neoplatonica ebbe nell'agostiniano Ambrogio Fiandino il proprio assertore, l'aristotelismo campano fu rappresentato da AGOSTINO NIFO (1473-1543?) di Sessa Aurunca, in polemica col Pomponazzi e rifacitore del Principe nel latino De regnandi perirla, e da GALEAZZO FLORIMONTE (1484-1567), anch'egli di Sessa, ed allievo del Nifo. Questo insegnamento del pensiero aristotelico è messo a frutto soprattutto da ANTONIO SEBASTIANI, detto il MINTURNO (1500 c.-1574) dalla denominazione latina della città di nascita, nei trattati De poeta (1559) e L'arte poetica (1564) nei quali gli stessi problemi sono affrontati ed esemplificati nel primo in lingua latina e nel secondo in volgare. Gli argomenti di cui discute sono quelli del tempo: la poetica dell'imitazione, della meraviglia (che la poesia deve destare), del diletto, quale fine ultimo della poesia, e del dire, cioè del modo di far rivivere le immagini dei poeti classici nel proprio pensiero.
Il dibattito sulla «poetica» s'inseriva in quello più vasto dibattuto dal Bembo circa gli autori classici in volgare da imitare: Petrarca per la poesia e Boc-caccio per la prosa. Anche Napoli, che aveva ospitato tra l'altro i due «aucto-res», s'inserì nel dibattito. L'opera del Petrarca ebbe due validi «espositori» che s'innestarono sulla scia critica del Bembo: Silvano da Venafro e Giovanni Andrea Gesualdo. E fu soprattutto grazie alla critica del Gesualdo che il poeta di Laura acquistò una maggiore diffusione in Campania e nel Mezzogiorno.
Fonte “Giglio Raffaele, Campania. Storia e testi ("Letteratura delle regioni d'Italia"), Brescia, La Scuola., 1988”
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Il dibattito sulla «poetica» s'inseriva in quello più vasto dibattuto dal Bembo circa gli autori classici in volgare da imitare: Petrarca per la poesia e Boc-caccio per la prosa. Anche Napoli, che aveva ospitato tra l'altro i due «aucto-res», s'inserì nel dibattito. L'opera del Petrarca ebbe due validi «espositori» che s'innestarono sulla scia critica del Bembo: Silvano da Venafro e Giovanni Andrea Gesualdo. E fu soprattutto grazie alla critica del Gesualdo che il poeta di Laura acquistò una maggiore diffusione in Campania e nel Mezzogiorno.
Fonte “Giglio Raffaele, Campania. Storia e testi ("Letteratura delle regioni d'Italia"), Brescia, La Scuola., 1988”
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