Petrarchismo napoletano
Il canone del Bembo circa la lingua poetica, la teoria dell'imitazione, la diffusione dell'opera del Petrarca, nonché la forma della lirica volgare elevata a modello poetico dall'arte del Sannazzaro, furono alla base del vasto movimento petrarchista campano. Generalmente i temi, le immagini, le forme poetiche ed il linguaggio venivano mutuati dalla poesia pe¬trarchesca; spesso, però, pur nell'ambito di questa imitazione, i petrarchisti napoletani raggiungevano un'espressione ed un affiato lirico di personalissime vibrazioni emotive.
È il caso di LUMI TANSILLO (1510-1568) che nella sua poesia «discorsiva» fuse le esperienze di Orazio, del Petrarca, del Pontano, dell'Ariosto, del Sannazzaro si da privilegiare nel suo Canzoniere soprattutto la figura umana espressa in una vasta gamma di passioni e di sentimenti ed in un linguaggio toscano affiancato dalla presenza di forme dialettali. Alquanto vasta e varia anche la produzione: il Vendemmiatore, riecheggiante la tradi-zione toscana (Poliziano, Lorenzo il Magnifico, il Burchiello) per cantare mo-menti del contado napoletano; le Stanze a Bernardino Martirano, in cui moti¬vi ed affetti familiari sono cantati ora con malinconia, ora con linguaggio bur¬lesco; la Clorida, i Capitoli, La Balia e Le lagrime di S. Pietro. Diede prova di sé anche come storico con l'opera Istoria del Regno di Napoli,
ANGELO DI COSTANZO (Napoli 1507-1591), che nelle sue rime conferisce allo schema del sonetto un valore formalistico ricco di concetti che si susse¬guono sino alla manifestazione del ragionamento espresso nella parte finale. Sembra che anticipi con questa tecnica, ricca di «bisticci metrici e ritmici», la poesia barocca.
Più legato al verso petrarchesco fu BERARDINO ROTA (Napoli 1508-1575), che nel canzoniere (in esso compaiono delle ecloghe piscatorie in volgare, di cui fu considerato l'inventore) manifesta un'aperta affinità all'Arcadia e alle rime di Laura.
Breve cenno, e per la sua breve esistenza e per il fugace soggiorno campano, merita anche Galeazzo di Tarsia (1520-1553), barone di Belmonte Calabro, au¬tore di versi e temi tradizionali petrarcheschi rivisitati talora da immagini fan¬tastiche. Allo stesso filone appartengono Mario di Leo (Barletta, fine secolo XV), Tommaso Costo (Napoli 1545 c.-1620 c.), Benedetto dell'Uva (7-1584), Giovan Battista Attendolo (7-1584).
La presenza femminile del petrarchismo napoletano è affidata a LAURA TER¬RACINA (1519-1577) che nel Discorso sopra il principio di tutti i canti d'Orlan¬do Furioso mostra di conoscere in profondità la tematica petrarchesca, non¬ché di avere buona padronanza di lingua, e ad ISABELLA MORRA (1520-1548). Nella sua breve ed infelice esistenza, che fece oggetto dei suoi tredici componi¬menti, la Morra evidenzia atteggiamenti e sentimenti quasi preleopardiani in una rozza e spontanea manifestazione autobiografica.
Fonte “Giglio Raffaele, Campania. Storia e testi ("Letteratura delle regioni d'Italia"), Brescia, La Scuola., 1988”
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